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This quiz focuses on Literature And Storytelling, giving you a quick way to practice the rules, question types, and explanations that matter most for AP Italian Language and Culture.
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
L'aggettivo "inesplicabile" riferito alla malinconia del narratore è significativo perché...
AP Italian Language and Culture Quiz
Practice Literature And Storytelling in AP Italian Language and Culture with focused quiz questions that help you check what you know, review explanations, and build confidence with test-style prompts.
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Try each quiz question before looking at the correct answer. Use the explanations to review missed ideas, then come back to similar questions until the pattern feels familiar.
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
L'aggettivo "inesplicabile" riferito alla malinconia del narratore è significativo perché...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
L'esperienza del narratore è rappresentativa di quale corrente intellettuale e artistica del primo Novecento italiano?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Cosa si può dedurre sullo stato precedente del rapporto tra il narratore e sua moglie, basandosi sulla reazione di lui alla risata di lei?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Il passaggio dalla seconda persona ("Che fai?") alla prima persona ("Mi guardo") e poi alla terza persona implicita ("ero per tutti") riflette...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
L'uso dell'aggettivo "argentina" per descrivere la risata della moglie crea un effetto di contrasto perché...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
In che modo il dettaglio del naso che pende "un po' a destra" funziona come efficace catalizzatore della trama?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
L'opposizione tra "Moscarda col naso dritto" e "Moscarda col naso storto" è un'antitesi che rappresenta il conflitto tra...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Secondo l'evoluzione del pensiero del narratore, la vera fonte della sua "profonda, inesplicabile malinconia" è...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
L'immagine dell'"ago sottilissimo e gelato" serve principalmente a...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Qual è la scoperta fondamentale che funge da motore per la riflessione del narratore?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
La frase finale, "Il primo estraneo ero io, per me", rappresenta...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Nel contesto del brano, il desiderio del narratore di "raddrizzare" il naso simboleggia un tentativo di...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
La frase "E questo poteva significare tutto e niente" quale funzione retorica svolge nel ragionamento del narratore?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
La crisi del narratore è un'esemplificazione del concetto pirandelliano di "maschera". In che modo il testo illustra questa idea?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Come cambia il tono del narratore nel corso del passaggio?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Quale conclusione si può trarre dalla reazione della moglie ("Ma se è una delizia!") al disagio del narratore?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Nella frase "Mi sentii trapassato da un brivido", il verbo "trapassato" ha il significato più vicino a...
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Quale elemento del testo serve a enfatizzare il lungo periodo di inconsapevolezza del narratore?
Che fai? – mi domandò mia moglie, vedendomi insolitamente fermo davanti allo specchio. – Niente, – le risposi. – Mi guardo. – E che vedi? – Vedo che il mio naso pende un po' a destra. Sorrise e disse: – Ma no, non te n'eri mai accorto? – No, – le dissi. – Ora me ne accorgo. E voglio raddrizzarlo. La sua risata cristallina e argentina mi ferì. Mi sentii trapassato da un brivido. Mi si era piantato nel cuore, quel brivido, come un ago sottilissimo e gelato. – Raddrizzarlo? Ma se è una delizia! – esclamò lei, seguitando a ridere. Non era una delizia per me. Non lo era affatto. Mi pareva anzi che quel piccolo difetto fosse ora l'unico responsabile della mia profonda, inesplicabile malinconia. Per ventotto anni non avevo saputo di portarmelo appresso, questo naso che pendeva; vivevo tranquillo, senza sospettare che gli altri, guardandomi, vedessero in me qualcosa che io non vedevo. Credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda col naso storto. E questo poteva significare tutto e niente. Poteva significare che, come il naso, così forse anche tutta la mia faccia, il mio corpo, la mia anima, avevano per gli altri un aspetto che io non potevo conoscere. Ero un estraneo. Un estraneo a me stesso. Il primo estraneo ero io, per me.
Nel contesto del primo paragrafo, l'avverbio "insolitamente" suggerisce che il narratore...